Categoria: Libreria – Gestione dei rischi

  • Una buona comunicazione per una corretta gestione dei rischi

    [et_pb_section][et_pb_row][et_pb_column type=”3_4″][et_pb_post_title admin_label=”Titolo del Post” title=”on” meta=”off” author=”on” date=”on” categories=”on” comments=”on” featured_image=”on” featured_placement=”below” parallax_effect=”on” parallax_method=”on” text_orientation=”center” text_color=”light” text_background=”off” text_bg_color=”rgba(255,255,255,0.9)” module_bg_color=”#7c5c62″ title_all_caps=”off” use_border_color=”off” border_color=”#ffffff” border_style=”solid” title_line_height=”2em”] [/et_pb_post_title][et_pb_text admin_label=”Text” background_layout=”light” text_orientation=”left” use_border_color=”off” border_color=”#ffffff” border_style=”solid”]

    – di Antonio Beatrice –

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    La comprensione dei bisogni del cliente è un requisito alla base di qualsiasi rapporto professionale. Possiamo classificare i bisogni di coperture assicurative in due sottogruppi:

    1. bisogni emersi (espressi o inespressi)
    2. bisogni latenti.

    Un bisogno emerso è percepito a livello di consapevolezza conscia e, indipendentemente dalla sua reale adeguatezza, può essere espresso dal cliente o restare inespresso a causa di una serie di variabili:

    • livello di relazione, fiducia e stima instaurata,
    • livello della sua convinzione personale,
    • percezione di urgenza,
    • percezione di importanza,
    • timore di impegnarsi,
    • naturale desiderio di rinviare la decisione,
    • maggiore o minore propensione personale alla decisione e all’azione.

    Una buona comunicazione produce i presupposti migliori per far esprimere i bisogni al cliente:

    • stabilire i tempi e i modi giusti per porre delle domande,
    • ascoltare in maniera attiva e cogliere i segnali “deboli”,
    • generare un ambiente rassicurante,
    • fornire gli elementi necessari per valutare l’adeguatezza delle soluzioni e supportare il processo decisionale.

    Discorso sicuramente più complesso (e per certi versi più consistente) è quello che riguarda i bisogni latenti. Si tratta di bisogni ancora “sommersi” che devono quindi essere intercettati e decodificati dal cliente prima di raggiungere il livello di consapevolezza conscia.

    E’ opinione diffusa che una copertura assicurativa manifesti la sua utilità solo “al momento del sinistro” e che la prestazione che ne misura il valore è rappresentata dal risarcimento del danno. Secondo questa lettura, quindi, la sua manifestazione di utilità è “futura, incerta e legata ad eventi spiacevoli”.

    In realtà la tranquillità prodotta da una copertura assicurativa incide direttamente sullo stile di vita e sui comportamenti e genera un valore che spesso assume proporzioni molto superiori al risarcimento del danno.

    Facciamo alcuni esempi.

    Sapere che la nostra autovettura è assicurata contro il furto ci fa propendere per un suo maggiore utilizzo e una pienezza di godimento del bene. Il valore di questa copertura consiste proprio nella libertà di impiego del veicolo protetto, nella possibilità di andare al cinema o al teatro con la famiglia più spesso. L’aspetto singolare è che questo valore è “immediato, certo e prescinde da eventi spiacevoli”.

    Disporre di una garanzia contro la rapina è un ulteriore buon motivo per “non reagire” in una situazione che potrebbe mettere a rischio l’incolumità personale. In questo caso la prestazione “risarcimento del danno” assume proporzioni minime rispetto al valore della propria integrità fisica.

    Affrontare un problema di salute disponendo di una copertura assicurativa consente di avvalersi di cure migliori e in tempi più brevi, di fare scelte diverse scevre da condizionamenti economici e con maggiore lucidità. Il tutto incide direttamente sulla salute e talvolta sulla possibilità di sopravvivere.

    Anche in questo caso il maggior valore della copertura si concretizza nel cambio di processo decisionale , ben oltre la logica del risarcimento.

    Quando il focus del cliente è sul valore dell’indennizzo l’approccio, le valutazioni e l’analisi dei bisogni risultano fortemente condizionati da una simmetria di scambio a due vie dove il saldo tra il premio pagato e l’indennizzo atteso determina la decisione finale.

    Questo approccio, per sua natura parziale, applicato al trasferimento del rischio assicurativo snatura il principio della mutualità e la sua funzione sociale e converge su valutazioni di mera convenienza di saldo da flussi di cassa (pago un importo, ricevo un indennizzo).

    Si attiva così un meccanismo tipo “scommessa” dal quale risulterà un vincitore e un perdente, con una spesa assicurativa elevata (i rischi ad elevata probabilità sono i più costosi), diretta verso coperture che non sono prioritarie e con aspettative rivolte principalmente ai piccoli indennizzi.

    La dinamica che ne scaturisce non apporta benefici al sistema contribuendo a far levitare i prezzi e aumenta la contrapposizione tra assicuratore e clienti.

    Un ulteriore paradosso è che questo tipo di valutazioni possono riguardare solo rischi ad elevata probabilità e bassa magnitudo dove il trasferimento assicurativo risulta tecnicamente antieconomico e poco adeguato sul piano oggettivo.

    L’approccio ottimale alla gestione dei rischi, infatti, suggerisce di utilizzare per i rischi cd fisiologici (bassa magnitudo, alta probabilità) la tecnica della ritenzione.

    processo gestione rischi

     

    La ritenzione (accantonamento di risorse finanziarie, franchigie) è la tecnica di finanziamento più indicata per la copertura dei rischi fisiologici. Quando l’accantonamento di risorse finanziarie è pianificato in funzione di obiettivi specifici (accantonamento a monte) possiamo parlare di ritenzione attiva mentre se si tratta di risorse finanziarie in eccesso (accantonamento a valle) parliamo di ritenzione passiva.

    La tecnica della ritenzione attiva risulta determinante in presenza di obiettivi strategici.

    Il trasferimento dei rischi fisiologici ad un soggetto terzo non è di norma la scelta consigliabile poiché comporta maggiori spese rispetto al premio puro (quello che statisticamente si può considerare equo). Vanno infatti considerati i costi di gestione della transazione, il gravare di eventuali imposte, oltre che l’applicazione dei caricamenti necessari per remunerare il soggetto a cui si trasferisce il rischio e per finanziare l’attività di promozione (pubblicità, marketing e intermediazione).

    Il trasferimento assicurativo, per quanto resti comunque sconveniente sul piano statistico, è invece estremamente indicato in presenza di rischi i cui effetti, se gestiti con la ritenzione, comporterebbero la destinazione di risorse che non sono nelle disponibilità dell’assicurato o che, se accantonate, andrebbero a determinare costi da immobilizzazioni finanziarie superiori a quello del trasferimento.

    Si tratta di quei rischi che una famiglia o una impresa non possono sopportare e che giustificano il trasferimento assicurativo non attraverso una convenienza fondata sul saldo del premio pagato e dell’indennizzo atteso, bensì per la generazione di un valore aggiunto in termini qualità della vita, capacità di assumere impegni, di orientare le proprie decisioni e i propri comportamenti.

    Nel caso dei bisogni latenti il valore della comunicazione è addirittura superiore. Aiutare un cliente al esplorare le aree di bisogno che autonomamente non sarebbe riuscito a individuare è l’esaltazione del proprio ruolo sociale.

    L’adeguatezza della copertura assicurativa risponde infatti a criteri matematici (oggettivi) e personali (soggettivi). I criteri oggettivi sono quelli che abbiamo citato, legati alla valutazione della soglia di ritenzione ottimale. In questo caso la spesa assicurativa è limitata alla copertura dei rischi per i quali il trasferimento risulta essere la scelta d’elezione.

    I criteri personali sono invece funzione della capacità di spesa e della propensione alla spesa.

    La capacità di spesa è un parametro oggettivo e individuale e consiste nella generica disponibilità di risorse finanziarie. Ad una capacità di spesa più elevata corrisponde una soglia di ritenzione più elevata, pertanto l’area di intervento del trasferimento assicurativo si riduce.

    Ad una capacità di spesa più bassa corrisponde invece una necessità assicurativa maggiore.

    La propensione alla spesa è invece un parametro individuale soggettivo determinato da un atteggiamento e da variabili organizzative. Posso valutare, ad esempio, di trasferire un rischio che tecnicamente sarebbe più economico gestire con la ritenzione perché preferisco concentrare la mia attenzione e le mie energie verso attività con più elevato valore aggiunto e ritengo funzionale demandare ad un soggetto terzo la gestione, non solo economica, del rischio.

    Una buona capacità di comunicare aiuta il cliente nel percorso di esplorazione dei bisogni e favorisce lo sviluppo di un modello trasparente dove la spesa assicurativa è ottimizzata, contenuta e destinata alla copertura dei rischi importanti.

    Attraverso la comunicazione l’intermediario esprime la sua professionalità, guida il cliente verso riflessioni corrette e un approccio alla copertura assicurativo sano. Il processo decisionale è frutto di un percorso e di una condivisione che fa della trasparenza la sua forza, un percorso che vede il cliente decisore consapevole e informato.

    Un modello trasparente è alla base di una relazione professionale proficua e duratura.

    Lo psicologo statunitense Robert Cialdini, professore di Marketing dell’Università dell’Arizona, sostiene che dichiarare un proprio limite aumenta la propria credibilità e favorisce la nascita di una relazione basata sulla fiducia.

    Anche la nostra esperienza ci conduce verso le medesime conclusioni. Esplicitare le limitazioni di garanzia e le franchigie, oltre che essere un obbligo normativo, aiuta a tranquillizzare un cliente molto più di un generico “non ti preoccupare”.

    In questo caso specifico poi la comunicazione ci aiuta ad argomentare il valore di certe limitazioni. Le franchigie, ad esempio, sono in realtà ben più comprensibili e accettabili se inquadrate come “soglia di ritenzione ottimale per la quale non è utile affrontare una spesa assicurativa” rispetto a “quella parte di danno che l’assicurato deve sopportare in proprio”.

    Un approccio di comunicazione trasparente produce la massima aderenza tra le coperture che il cliente acquista e le sue aspettative, con un beneficio inestimabile in termini di fidelizzazione e di crescita della fiducia nell’intermediario.

    La capacità di comunicare integra, supporta e valorizza tutti i formulari obbligatori previsti dalle attuali disposizioni in materia di professionalità, adeguatezza, trasparenza e privacy.

    Più di ogni altra cosa, però, l’abilità comunicativa è il veicolo principale attraverso il quale l’intermediario può ottemperare allo spirito delle norme che gli attribuiscono la responsabilità e il privilegio di generare valore sociale all’interno della relazione con il cliente.

    Un buona comunicazione, fondata sull’ascolto, sulla trasparenza e sulla ricerca dell’adeguatezza della copertura assicurativa, riduce le naturali resistenze emotive dei clienti, favorisce un dialogo su basi cognitive e supporta un processo decisionale consapevole e maturo. La soddisfazione dei clienti e la pubblicità derivante dalla loro testimonianza positiva apportano valore alla relazione cliente/assicuratore ed all’intero sistema sociale.

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  • Loss Prevention (parte I di V) – Incendio, esplosione ed effetti sulle persone e sulle strutture

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    – di Antonio Beatrice e Luciano Lupoli –

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    Per “incendio” intendiamo una reazione chimica (combustione) che non è più gestibile con mezzi ordinari e che richiede l’impiego di mezzi straordinari per contenere o ridurne gli effetti.

    INCENDIO

    Presupposto dell’incendio è quindi la combustione: quella ossidazione che può propagarsi anche ad alta velocità ed in seguito alla quale si sviluppano calore, fiamme, gas, fumo e luce.
    E’ necessario che siano presenti alcuni elementi affinché la reazione chimica di combustione sia definita tale, ed in particolare è necessaria la contemporanea presenza di tre elementi in mancanza di uno solo dei quali, la combustione non sussiste:

    • combustibile
    • comburente
    • sorgente di calore (che costituisce l’innesco)

    Quello che segue è lo schema del “Triangolo della Combustione”, rappresentazione attraverso la quale si è soliti ritrarre gli elementi essenziali dalla quale la stessa scaturisce.

    Triangolo della combustione

    Comburente per eccellenza è l’ossigeno contenuto nell’aria; sono facilmente infiammabili, tuttavia, anche quelle sostanze la cui molecola è composta da una quantità di ossigeno tale da rendere possibile la combustione come, ad esempio, le molecole di esplosivi e celluloide. Essendo quindi l’elemento comburente particolarmente diffuso perché contenuto nell’aria che respiriamo, possiamo senza remore affermare che, di fatto, ciò che caratterizza un incendio, sono il combustibile e la sorgente di innesco.

    La classificazione degli incendi è convenzionalmente stabilita in base alla tipologia, ma principalmente con riferimento allo stato fisico del combustibile:

    incendi di materiali solidi combustibili     – classe A-       carbone, legno, gomma, carta.

    incendi di liquidi infiammabili                    – classe B –     olio, benzina, soventi.

    incendi di gas infiammabili                          – classe C –     metano, GPL.

    incendi di metalli combustibili                    – classe D –     magnesio, sodio, potassio.

    L’identificazione della tipologia di incendio è fondamentale per determinare il tipo e la tecnica di intervento nonché la sostanza estinguente da impiegare. Diverse sono le cause per cui un incendio può avere luogo e sono tutte da rinvenire nelle possibili “fonti di innesco”.

    ACCENSIONE DIRETTA

    Si configura per contatto di materiale ad altissima temperatura (scintille di saldatura, fiammiferi e mozziconi di sigaretta, resistenze elettriche, lampade ecc.) con un materiale combustibile sempre in presenza di ossigeno (comburente). In tale categoria rientrano per lo più incendi di carattere doloso ovvero commessi dall’uomo.

    ACCENSIONE INDIRETTA

    Si ha accensione indiretta, quindi senza contatto diretto di materiali, quando è il calore ad innescare l’incendio, ovvero secondo il principio fisico cosiddetto “dell’irraggiamento “ termico, conduzione o convezione.
    I più classici esempi sono: la propagazione di calore attraverso elementi metallici che costituiscono lo scheletro dell’edificio; l’estensione dell’incendio, a diversi piani di un edificio, attraverso la tromba delle scale o il vano ascensore a causa dell’aria calda generata dall’incendio stesso.

    ATTRITO

    È definita accensione per attrito quella accensione il cui innesco è costituito dal calore prodotto per strofinamento o sfregamento di due materiali.

    AUTOCOMBUSTIONE

    Alcune tipologie di reazioni chimiche, l’azione biologica, ed il processo di ossidazione, possono dar luogo al fenomeno dell’ Autocombustione; tale fenomeno è caratterizzato dal fatto che il calore di innesco viene prodotto internamente al combustibile o dal combustibile medesimo e non mediante innesco esterno.

    Esempi ne sono la fermentazione di vegetali; polveri di cereali; cenci, pezze o trucioli impregnati di olio di lino; ferro o nichel in polvere, ecc…. L’autocombustione può essere anche dovuta a condizioni di “contorno” come : temperatura di stoccaggio troppo elevata, disposizione del materiale tale da non consentire lo smaltimento del calore formatosi, mancanza di ventilazione nel magazzino in cui il materiale è stoccato, grado di umidità non ideale ovvero presenze organiche estranee che danno luogo a processi chimici e biologici.

    Tra i prodotti maggiormente sottoposti al rischio di autocombustione: cereali,farine di pesce e legno, fertilizzanti, oli vegetali ed animali, pitture e vernici, carbone, scarti della lana, poliuretano espanso, stracci ed altri materiali fibrosi unti, carta destinata al macero umida.

    PARAMETRI della COMBUSTIONE

    Molti sono i parametri che qualificano la reazione chimica della combustione, tra i più importanti distinguiamo:

    • La temperatura di accensione o autoaccensione;
    • Il potere calorifico;
    • La temperatura d’infiammabilità;
    • I limiti di infiammabilità e di esplodibilità;

    La temperatura di accensione o autoaccensione

    É la soglia minima di temperatura da raggiungere ed alla quale la combinazione combustibile-comburente inizia a bruciare continuativamente ed autonomamente, senza che si renda necessario alcun aggiuntivo apporto di calore o di energia dall’esterno. Esempio: diversa è la soglia di temperatura minima da raggiungere a seconda del materiale di riferimento. Se consideriamo il legno, la temperatura di accensione raggiunta la quale tale materiale inizierà a bruciare, anche se è cessata la somministrazione di energia termica dall’esterno, è di circa 250 °C.
    Per la Benzina si parla di una temperatura di accensione di 250 °C, mentre il gasolio 220 °C; ciò vuol dire che se riscaldassimo contemporaneamente un barile di benzina ed un barile di gasolio quest’ultimo inizierà a bruciare spontaneamente prima della benzina; molto più alta è invece la temperatura di accensione del metano che brucia a 530 °C.

    Potere calorifico (Kcal/Kg)

    Detto anche calore di combustione; attraverso questa dicitura si identifica la quantità di calore che si riesce a produrre attraverso la combustione di tutta l’unità di massa o di volume di una sostanza combustibile presa in esame; il potere calorifico viene convenzionalmente distinto in superiore e inferiore.
    Il potere calorifico superiore si misura includendo anche il calore sviluppato dalla condensazione del vapore d’acqua. Il potere calorifico inferiore si calcola come quello superiore escludendo il calore di condensazione del vapore d’acqua. Anche il potere calorifico varia a seconda del materiale o sostanza presa in esame ; il potere calorifico inferiore del legno, è pari a 4040 Kcal/Kg, quello della benzina di circa 10.000 Kcal/Kg.

    Temperatura di infiammabilità (°C)

    Solamente per i liquidi combustibili/infiammabili si definisce La “Temperatura di Infiammabilità”. Con tale espressione si intende la temperatura al di sopra della quale un liquido effonde vapori che, miscelati con l’ossigeno dell’aria, ed in caso di innesco, sono a loro volta incendiabili.
    La benzina è senza dubbio ritenuta tra le sostanze più pericolose per quanto riguarda la prevenzione incendi. Già a temperatura ambiente emana vapori che possono incendiarsi con la somministrazione di una piccola quantità di calore e ciò dipende dal fatto che essa ha una Temperatura di Infiammabilità pari a – 20 °C.
    Immaginiamo una tanica di benzina, ed immaginiamola senza coperchio, se osserviamo attentamente (facendolo in controluce il fenomeno è più evidente) potremo chiaramente notare che la benzina emana vapori anche a temperatura ambiente.
    Il fenomeno che abbiamo appena osservato, non si verifica a temperatura ambiente per il gasolio e ciò perché esso ha una Temperatura di Infiammabilità di circa 65 °C; per questo motivo, il gasolio pur avendo una temperatura di accensione più bassa della benzina, a temperatura ambiente risulta essere meno pericoloso di quest’ultima.
    Per osservare il gasolio emettere vapori capaci di contribuire alla combustione è necessario elevare la temperatura di detto liquido infiammabile, ad una temperatura superiore a 65 °C.

    Da tutto quanto asserito si può sostenere che il criterio “temperatura di infiammabilità” è il parametro principale per definire la pericolosità di un liquido combustibile/infiammabile.

    Limiti di infiammabilità (%)

    I limiti di infiammabilità delimitano il range nell’ambito del quale, in presenza di un innesco, si ha accensione e sviluppo della fiamma nella miscela; tale range è espresso in termini percentuali.

    I limiti individuati sono due, uno inferiore e l’altro superiore. Il primo indica il valore più basso di concentrazione in volume di vapore della miscela ove, al di sotto della quale, pure in presenza di innesco, non si ha accensione per mancanza di combustibile.
    Il limite superiore di infiammabilità è, al contrario, la più alta concentrazione in volume di vapore della miscela, oltre la quale, pur in presenza di innesco, non si ha accensione per eccessiva quantità di combustibile. Ecco alcuni esempi: per la benzina limite inferiore (Li) = 1%; Limite superiore (Ls) = 6.5%; per il metano Li = 5%; Ls = 15%.

    Limiti di esplodibilità (%)

    Questo limite, espresso anch’esso in misura percentuale, indica l’area entro la quale, a seguito di innesco, viene prodotta un’esplosione della miscela.
    Concettualmente tali limiti, seguono la stessa ratio del limite di infiammabilità: al di sotto di una certa soglia di concentrazione in volume della miscela non si ha esplosione, pur in presenza di un innesco, per mancanza di combustibile sufficiente.
    Una concentrazione, al contrario, in volume di vapore della miscela troppo alta, non da luogo ad esplosione pur in presenza di un innesco, per eccesso di combustibile.

     LA COMBUSTIONE DELLE SOSTANZE

    Vari sono i parametri che identificano, in particolare, la combustione delle sostanze solide:

    • Gli elementi di cui la sostanza è composta;
    • Porosità del materiale;
    • Umidità del materiale;
    • Forma e pezzatura del materiale

    In generale, possiamo osservare che la combustione delle sostanze dipende dallo stato di aggregamento della materia combustibile e quindi dal suo modo di interagire con il comburente. I vapori dei liquidi possono formare,insieme all’ossigeno contenuto nell’aria,una miscela infiammabile.
    Dovendo necessariamente un liquido infiammabile, per essere parte attiva della reazione chimica della combustione, passare dallo stato liquido allo stato di vapore (evaporazione), si può senz’altro sostenere che l’indicatore della maggiore o minore combustibilità di un liquido ci è segnalato dalla sua temperatura di infiammabilità, in base alla quale i liquidi infiammabili sono classificati.

    Qui di seguito una breve schematizzazione dei parametri che contraddistinguono il fenomeno della combustione dei liquidi infiammabili:

    Categoria Punto di Infiammabilità Materiali coinvolti
    A liquidi aventi punto d’infiammabilità inferioreA 21 °C Petrolio Greggio, virgin nafta,Benzine, benzolo, etere di Petrolio, miscele di carburanti
    B Liquidi aventi punto d’infiammabilità Compreso tra 21°C e 65°C Petrolio raffinato, acqua raggia Minerale, alcol etilico, alcol Metilico, cherosene
    C Liquidi aventi punto D’infiammabilità Compreso tra 65°C e 125°C Gasolio per riscaldamento, olio Combustibile, oli minerali Lubrificanti, residui della Distillazione, vasellina, paraffina, Bitume del petrolio.

    il “limite di infiammabilità” è costituito da un intervallo di valori che esprimono la concentrazione in aria del vapore prodotto dal liquido, che solo entro certi valori risulta infiammabile. Quanto alla densità, i vapori dei liquidi infiammabili sono sempre più pesanti dell’aria.

    Nella tabella sottostante sono indicati alcuni esempi e le temperature di infiammabilità di alcune sostanze:

    SOSTANZE Temperatura diInfiammabilità (°C) Categoria
    Gasolio 65 C
    Acetone 18 A
    Benzina 21 A
    alcool etilico 13 A

    Gli incendi, in funzione del combustibile utilizzato, vengono classificati in 4 diversi modi:

    Fuoco

    Materiali coinvolti

    Estinguenti ammessi

    Classe A Solidi combustibili comuni con formazione di braci, come: carta, tessuti, pelle, legno, gomma e derivati Acqua, polvere chimica polivalente, anidride carbonica, estinguenti alogenati, schiuma ad alta espansione per ambienti chiusi
    Classe B Liquidi infiammabili e solidiche fondono prima di bruciare, come: idrocarburi, oli, grassi, alcoli, etere, solventi, carburanti, lubrificanti Schiuma, polvere chimica, anidride carbonica, estinguenti alogenati
    Classe C Gas infiammabili, come:GPL, Metano, idrogeno,Propano, butano, etilene,Propilene Polvere chimica, estinguentiAlogenati
    Classe D Sostanze chimiche reattiveSpontaneamente con l’acqua oL’aria combustibili cheProvocano combustione oEsplosioni spontanee Polveri Speciali
    Classe E non più usato Apparecchiature elettricheSotto tensione Polvere chimica, anidride carbonica,Estinguenti alogenati

     POLVERI

    Le polveri sono considerate un materiale solido finemente suddiviso. Le polveri di un materiale , anche non combustibile,possono essere causa di esplosione; tale fenomeno è reso possibile da molteplici fattori, i principali dei quali sono concentrazione e granulometria. Tra i principali prodotti le cui polveri possono dar luogo ad esplosione ci sono prodotti agricoli come zucchero a velo, cacao, caffè, farine e granaglie,prodotti carboniosi, metalli come titanio alluminio e silicio, materie plastiche ed altri prodotti come legno, sughero e zolfo.

    MATERIE PLASTICHE

    Natura dei fumi ed opacità degli stessi (di solito tossici e corrosivi), oltre alla capacità di fondere a basse temperature, sono due parametri di cui normalmente non si tiene conto ai fini della classificazione dei materiali quanto alla loro resistenza al fuoco. Tali parametri sono invece cruciali per quanto concerne le materie plastiche. Caratteristica peculiare di queste ultime è la grande difficoltà di estinzione a causa della presenza di aria all’interno della struttura dell’espanso che alimenta la combustione.

     AUTOESTINGUENTE

    È considerato un materiale con classe di reazione al fuoco 1-2 o nel caso di materiale di arredo 1IM-2IM (a tal proposito è bene menzionare le classi di reazioni al fuoco che indicano il comportamento di un materiale in presenza di un focolaio di dimensioni ridotte: classe “0” materiali non combustibili; da classe 1 a classe 5 materiali da costruzione combustibili, da classe 1IM a 3IM mobili combustibili. Un materiale combustibile è in grado di propagare un incendio qualunque sia il tipo di reazione al fuoco).

    IGNIFUGAZIONE

    È un trattamento che migliora la reazione al fuoco dell’elemento sottoposto al trattamento che tuttavia non rende incombustibile un elemento combustibile.

    DINAMICA DELL’INCENDIO

    Le fasi caratteristiche dell’incendio durante la sua evoluzione sono essenzialmente quattro. La “Fase d’inizio”, la cui durata varia in base ai seguenti fattori:

    • la possibilità di propagazione della fiamma;
    • l’infiammabilità del combustibile;
    • la velocità a cui si decompone il combustibile coinvolto dall’incendio;
    • la geometria ed il volume degli ambienti coinvolti nell’incendio;
    • la possibilità di dissipazione del calore nel combustibile;
    • la ventilazione dell’ambiente
    • le caratteristiche superficiali del combustibile;
    • la distribuzione del combustibile nell’ambiente, punti di contatto, altezza.

    Nella “Fase di estensione” si ha:

    • una riduzione della visibilità dovuta ad i prodotti della combustione;
    • una produzione di gas tossici e corrosivi;
    • la formazione e propagazione di sacche nelle quali gas infiammabili si concentrano e possono raggiungere i loro limiti di infiammabilità e di esplosione;
    • un aumento della velocità di combustione;
    • un rapido aumento delle temperature;
    • un aumento dell’energia di irraggiamento;
    • effetti al contorno (sinergismo).

    Nella fase di estensione, alcuni materiali prossimi al focolaio di incendio, anche se non toccati dal fuoco, a causa del calore emanato dall’incendio raggiungono il loro punto di accensione dando così maggior corpo al fenomeno producendo gas infiammabili.

    Le principali peculiarità della Fase d’incendio generalizzato (o flash-over), sono:

    • un repentino innalzamento della temperatura;
    • un aumento esponenziale della velocità di combustione;
    • un forte incremento dell’emissione di gas che si espandono sia orizzontalmente sia, e maggiormente, in senso ascensionale con zone di turbolenza che si formano ben visibili;
    • tutti i combustibili nei pressi del focolaio si autoaccendono, quelli più lontani si riscaldano e raggiungono la loro temperatura di combustione, così producendo gas di pirolisi infiammabili;
    • si formano onde di choc e lance di fuoco.

    La “Fase di estinzione”, infine, ha luogo dopo che è stata completata l’accensione dei materiali combustibili, il fenomeno incomincia a rallentare e, in assenza di ulteriori apporti esterni, si avvia l’estinzione; la temperatura nell’ambiente incomincia a decrescere. Le temperature che è possibile raggiungere durante un incendio dipendono dalle caratteristiche dei materiali presenti. A titolo indicativo, la temperatura raggiungibile dai materiali solidi interessati dalla combustione è compresa tra i 700 °C ed i 1200 °C.
    La temperatura delle fiamme è variabile, a seconda del tipo di combustibile ed alla ventilazione, tra i 1700 °C ed i 2500 °C, mentre la temperatura del soffitto, in un locale chiuso, prima mantiene i 300 °C / 400 °C per un certo tempo e poi raggiunge rapidamente i 1000 °C.
    Nel concreto, le temperature che mediamente vengono raggiunte sono generalmente inferiori a causa delle aperture che, prodotte da rottura di vetri e da crolli, permettono lo sfogo di fumi e calore e l’afflusso di aria fresca: normalmente non si superano, salvo in aree limitate, i 700 °C.
    Il grafico che segue illustra la reale evoluzione di un incendio in un locale chiuso:

     Grafico evoluzione incendio

     

    COMPARTIMENTO ANTINCENDIO

    All’interno di un edificio può essere prevista una porzione dello stesso composta da elementi con un indice di resistenza al fuoco superiore con lo scopo di impedire , rallentare od ostacolare la diffusione dell’incendio.
    Tra i principali elementi costruttivi atti a tale scopo ci sono i muri pieni (REI 120) ed i muri tagliafuoco (REI 240).
    È bene prevedere il comparto antincendio ad esempio, tra una eventuale zona ove avviene la produzione ed i depositi,   tra zone altamente pericolose ed infiammabili ed il resto del fabbricato, in un edifico civile per proteggere vano scale e vano ascensore.
    I serramenti di sicurezza antincendio costituiscono il punto debole delle compartimentazioni antincendio e sono usati per proteggere le aperture nelle compartimentazioni; più usati sono i REI 120.
    Il sistema automatico che ne attiva la chiusura è dotato di un sensore termico ( che normalmente si attiva a 68gradi) oppure di un rilevatore di incendio.

    L’esplosione

    È considerata esplosione, la repentina espansione di una massa compressa di gas: l’energia che si propaga si disperde sia sotto forma di onda d’urto sia come energia cinetica dei frammenti proiettati. Conosciuto con il nome deflagrazione è il fenomeno di propagazione lenta di una fiamma (chiamato anche combustione), detonazione, invece, è chiamato il fenomeno rapido di propagazione.

    In caso di deflagrazione, la velocità di sviluppo della reazione chimica nella miscela infiammabile non ancora bruciata è più bassa della velocità del suono, nel secondo è invece superiore.
    Ambedue questi fenomeni sono, a tutti gli effetti, considerati esplosioni, ma gli effetti distruttivi delle detonazioni sono, come è comprensibile, superiori.
    Scaturiscono direttamente dall’esplosione tre effetti, che sono: sviluppo di calore, produzione dell’onda d’urto e un picco di pressione.
    Mentre nella deflagrazione viene generato un aumento di pressione 8 volte superiore alla pressione di partenza, nella detonazione l’aumento di pressione generato è di oltre 40 volte; in questo caso, l’onda di pressione anticipa, di solito, il fronte di reazione.
    Ai processi di combustione normalmente seguono fenomeni luminosi comunemente chiamati fiamme, i quali scaturiscono dall’energia sviluppata durante la combustione. Le fiamme vengono diversamente distinte in base al tipo di combustibile con cui la combustione viene condotta. Ad esempio,  un’esplosione originata chimicamente è tra le combustioni più rapide e ne scaturisce un veloce accumulo di importanti quantità di gas entro un modesto volume.

    Osserviamo questa differenza: facendo bruciare l’olio da lampada tramite il classico stoppino di una lanterna, la combustione sarà lenta, avremo un lento afflusso di vapori nei pressi della fiamma ed un lento aumento di fumi surriscaldati. Nebulizzando invece, l’alcool od olio, e facendolo evaporare saturando una stanza, la fiamma si propagherà molto rapidamente a tutto il materiale combustibile; tutto il gas e l’energia verranno prodotti in un lasso di tempo brevissimo, dando luogo ad un’esplosione.
    È molto complicato disporre di misure per fronteggiare le conseguenze delle esplosioni come invece è possibile fare con gli incendi. Per proteggersi dalle esplosioni, Il modo migliore è prevenire la formazione di miscele infiammabili.

    Gli effetti dell’incendio

    Ogni materiale reagisce al fuoco in modo diverso, tale reazione è un fenomeno molto complesso che dipende da vari fattori; di seguito se ne illustrano i principali:

    • infiammabilità: ovvero la capacità di un materiale di entrare e permanere in stato di combustione, con emissione di fiamme e/o durante l’esposizione ad una sorgente di calore
    • velocità di propagazione delle fiamme: è velocità del fronte di fiamma che si propaga in un materiale
    • gocciolamento: si ha quando un materiale,esposto ad una sorgente di calore, rilascia gocce di materiale fuso
    • sviluppo di calore nell’unità di tempo: tale sviluppo di calore nell’unità di tempo si ha con riferimento ad un materiale in stato di combustione
    • produzione di fumo: quando la combustione è incompleta un materiale può rilasciare nell’aria visibili particelle sia solide che liquide che rimangono fluttuanti nell’aria.
    • produzione di sostanze nocive: produzione di gas e vapori da parte di un materiale in stato di combustione.

    L’incendio produce, dunque, fumi, fiamme, calore e gas che sono idonei ad alterare i materiali colpiti, i quali, a secondo della loro natura, possono produrre gocciolamento e cedimenti strutturali.

    Sull’essere umano l’incendio produce:

    • anossia (dovuto alla consistente riduzione di ossigeno nell’aria)
    • azione tossica dei fumi
    • riduzione della visibilità
    • azione termica

    Durante la combustione possono essere prodotti i seguenti gas:

    • ossido di carbonio
    • anidride carbonica
    • idrogeno solforato
    • anidride solforosa
    • ammoniaca
    • acido cianidrico
    • acido cloridrico
    • perossido d’azoto
    • aldeide acrilica
    • fosgene

    L’ossido di carbonio è incolore, inodore e non irritante è considerato senz’altro il più pericoloso tra i tossici del sangue, sia con riguardo alle sue caratteristiche di elevata tossicità, sia per le consistenti quantità sviluppate durante combustione. Si sviluppa in incendi annidati in ambienti chiusi ed in condizioni di scarsità di ossigeno. L’intossicazione da ossido di carbonio si manifesta con i tipici sintomi: tremori muscolari, cefalea, nausea, vomito, palpitazioni, astenia.
    Di seguito uno schema che tiene in considerazione gli effetti della tossicità dell’ossido di carbonio (misurata in parti per milione – ppm) in relazione a quelli che derivano da un stato di stress, panico e condizioni termiche avverse :

    Concentrazione di CO (ppm) Tempo massimo di esposizione (sec)
    500 240
    1000 120
    2500 48
    5000 24
    10000 12

    L’anidride carbonica  non ha effetti tossici sull’organismo umano, ma provoca asfissia, dato che si sostituisce all’ossigeno dell’aria. Qualora l’ossigeno nell’aria raggiunga valori inferiori al 17% in volume produce asfissia.
    Tale gas influenza la frequenza respiratoria e la velocità e profondità del respiro. Ad esempio, con Co2 presente al 2% nell’aria, rispetto a normali condizioni, la velocità e la profondità del respiro aumentano del 50%, mentre con Co2 al 3% addirittura del 100%.

    L’acido cianidrico è prodotto in modeste quantità dalla combustione, in incendi ordinari, in carenza di ossigeno (incompleta) di resina acrilica, uretanica, poliammidica, lana e seta. Tipico è l’odore di mandorle amare che emana.
    Agisce principalmente su cuore e il sistema nervoso centrale (strutture cellulari ad alto fabbisogno di ossigeno), essendo un aggressivo chimico che agisce sulla catena respiratoria a livello cellulare cagionando, così, gravi sofferenze.
    L’acido cianidrico può insinuarsi perché inalato oppure per via cutanea ed orale. A contatto con l’acidità dei succhi gastrici presenti nello stomaco i cianuri presenti nell’acido cianidrico vengono idrolizzati e interrompono la respirazione a livello cellulare con la inevitabile morte della cellula per anossia. I sintomi più comuni sono la cosiddetta “fame d’aria” (o iperpnea), un incremento della frequenza nella respirazione, arrossamento cutaneo, aumento della salivazione, bradicardia, ipertensione e cefalea.

    Il fosgene è moto pericoloso in locali chiusi. È classificato gas tossico che scaturisce dalle combustioni di materiali contenenti cloro, esempi ne sono varie plastiche; a contatto con umido o con l’acqua si divide in anidride carbonica e acido cloridrico, quest’ultimo particolarmente pericoloso perché fortemente caustico ed idoneo ad arrivare alle vie respiratorie. Sintomi tipici sono:

    • irritazione di gola, occhi, e naso.
    • lacrimazione
    • secchezza della bocca
    • costrizione toracica
    • vomito
    • mal di testa.

    Dannosa è infine, l’azione del calore per l’uomo, in quanto provoca disidratazione dei tessuti, problemi o blocchi della respirazione e scottature. La pelle dell’uomo si ritiene possa sopportare al massimo una temperatura dell’aria di 150° circa seppur per poco tempo ed a condizione che l’aria sia secca. Se l’aria è umida (e negli incendi sono presenti notevoli quantità di vapore acqueo) la temperatura sopportabile è decisamente più bassa.
    Quanto invece alla massima temperatura respirabile si parla di 60° circa sempre per breve tempo.
    L’esposizione al calore può, dunque, generare ustioni sui tessuti del corpo umano, ustioni che sono classificate in base alla profondità in:

    • ustioni di I grado (superficiali e facilmente guaribili)
    • ustioni di II grado (formazione di bolle e vescicole)
    • ustioni di III grado (profonde e gravi e richiedono urgente ospedalizzazione)

    Conseguenze dell’irraggiamento secondo il metodo Eisemberg

    ENERGIA (KW/mq) EFFETTI SULL’UOMO
    40 1% di probabilità di sopravvivenza
    26 Innesco incendi di materiale infiammabile
    19 50% di probabilità di sopravvivenza
    5 Danni per operatori con indumenti di protezione esposti per lungo tempo
    2 Scottature di II grado
    1.8 Scottature di I grado
    1.4 Limite di sicurezza per persone vestite esposte per lungo tempo


    Effetti dell’incendio sulle costruzioni

    Le reazioni delle strutture dei fabbricati, che siano civili od industriali, alla forza di un incendio dipende soprattutto dal materiale con cui il fabbricato è costruito. Molto comune nelle costruzioni è oggi il cemento armato, che è un materiale composto, e reagisce pertanto simbioticamente ad un incendio: il calcestruzzo scherma l’acciaio, isolandolo dai gas caldi dell’incendio e ritardandone così la perdita di resistenza. Ciò accade perché il calcestruzzo non è un buon conduttore termico, l’acciaio dal canto suo ed al suo interno resistere bene alla trazione.
    La resistenza del cemento armato preso in considerazione, all’aggressione dell’incendio, è in buona sostanza positiva, tuttavia, essendo molteplici le variabili collegate alle dinamiche dell’incendio è piuttosto complicato quantificare la risposta strutturale, e ciò soprattutto in relazione alla reazione del calcestruzzo esposto a shok termico.

    Vediamo ora quali sono nel dettaglio gli aspetti più importanti da osservare nella quantificazione del danno alle strutture:

    • “azione” dell’incendio sulla struttura;
    • reazione del materiale di cui la struttura è composta;
    • reazione della struttura nel suo complesso;
    • il livello di resistenza richiesto alla struttura.

    L’azione incendio

    Ogni struttura è messa alla prova da un incendio, il quale surriscalda gli elementi di cui è composta, dilatando e degradando i materiali. È la temperatura che incide maggiormente sulle reazioni di un materiale, l’ incendio è pertanto delineato tramite il cambiamento nel tempo della temperatura dei gas caldi che scaturiscono dalla combustione e che in qualche modo interagiscono con la struttura, irraggiandola o trasmettendole calore per convezione.
    Un incendio può svilupparsi ed evolversi in molti modi e ciò perché i fattori che ne determinano l’evoluzione sono i più disparati e vari. Osservando i tratti generali si individua la prima fase (c.d. di innesco); in questa fase le temperature non sono molto elevate ma sono crescenti. Segue un rapido ampliamento della combustione che la rende diffusa e non più reversibile. Successivamente a questa fase inizia la fase di sviluppo pieno dell’incendio FLASH-OVER, dalla quale scaturisce un rilevante aumento della temperatura fino a raggiungere la soglia massima, finché non comincia a terminare il materiale combustibile. Da ultimo lo spegnimento, fase in cui si assiste ad una progressiva riduzione della temperatura.
    Prescindendo dall’origine dell’incendio, determinano il suo svilupparsi in primis le caratteristiche e le quantità dei materiali combustibili, il modo in cui l’ossigeno è apportato, la compartimentazione atta a delimitare le aree in cui si sviluppa il fenomeno ed infine la presenza di impianti di spegnimento automatico di per se atti ad ostacolarne lo sviluppo.

    Durata di resistenza all’incendio

    Con riferimento alla sicurezza, in un fabbricato nel quale si sia sviluppato un incendio, la priorità è data alla incolumità di tutti gli occupanti il fabbricato interessato dalle fiamme e gli occupanti le zone limitrofe oltre che , va da se, l’incolumità di coloro i quali prestano i soccorsi. I soccorritori, anche se sono sempre adeguatamente difesi, grazie ad i loro strumenti,sia dal fumo che dalle fiamme, devono tuttavia, avere sempre in conto quale è la resistenza delle strutture nelle quali si accingono ad intervenire e ciò per calcolare i tempi di intervento nei locali interessati dall’incendio.
    È indispensabile che qualora ci si trovi in presenza di un incendio importante, la “durata” dell’edificio con riferimento alla sua resistenza all’incendio, sia sufficiente al punto da permettere l’intervento delle unità di soccorso nei locali interessati dall’incendio con un ottimo livello di sicurezza.
    Sono stati presi in considerazione tre elementi: resistenza (R), tenuta (E)e isolamento (I) di un materiale di cui una struttura è composta, calcolati attraverso delle curve temperatura-tempo convenzionali che rappresentano le condizioni critiche di un incendio e le risposte allo stesso degli elementi esaminati. Tali curve temperature-tempo, illustrano l’azione sempre crescente e di durata illimitata, sono pensate per far giungere virtualmente una struttura al collasso, definendo in tal modo una “durata di resistenza” all’incendio intesa come lasso temporale che intercorre dal punto di flash-over al collasso della struttura.

    In termini di “minuti” si misura, dunque, la resistenza di un elemento all’incendio; le strutture vengono quindi classificate in base alla durata di resistenza in classi R30, R60, R90, R120, R150, R180, R210, R240 (minuti) in relazione alle esigenze di protezione, del carico di incendio, dei provvedimenti di prevenzione e protezione esistenti.

    Livello di danneggiamento della struttura

    Generalmente l’incendio non distrugge interamente la struttura, questa ne risulta spesso soltanto danneggiata. Una delle valutazioni + importanti da fare è valutare danno subito dalle strutture per determinare il livello di sicurezza residuo e nel caso, prevedere i provvedimenti che si rendano necessari. Attualmente sul tema l’Ingegneria Strutturale prevede per una struttura,  oltre la durata di resistenza, anche la classificazione di un “livello di danneggiamento” cosicché possa essere garantito un opportuno “livello di protezione” PBD (Performance Based Design), tenuto conto della particolare destinazione d’uso della struttura medesima.

    L’odierna ingegneria costruttiva prevede per le strutture soggette ad incendio cinque differenti livelli di protezione:

    • Livello I –  nessun requisito specifico di resistenza al fuoco dove le conseguenze del crollo delle strutture siano accettabili o dove il rischio di incendio sia trascurabile;
    • Livello II –  requisiti di resistenza al fuoco delle strutture per un periodo sufficiente a garantire l’evacuazione degli occupanti in luogo sicuro e l’intervento delle squadre di soccorso;
    • Livello III – requisiti di resistenza al fuoco delle strutture tali da evitare, per tutta la durata dell’incendio, il collasso delle strutture stesse;
    • Livello IV – requisiti di resistenza al fuoco delle strutture per garantire, dopo la fine dell’incendio, un limitato danneggiamento delle strutture stesse;
    • Livello V – requisiti di resistenza al fuoco delle strutture per garantire, dopo la fine dell’incendio, il mantenimento della totale funzionalità delle strutture stesse.

    La capacità portante dovrà essere mantenuta per tutto il tempo necessario a garantire le prestazioni associate a ciascun livello. Già dal livello II si è in linea con quanto previsto dalle norme vigenti e con la relativa categoria di resistenza REI.
    Man mano che si procede per livelli superiori, è previsto che la struttura non collassi e le conseguenze dei danni siano sempre meno gravi.

    Per ottenere il Livello IV di sicurezza è richiesto che le costruzioni vengano sottoposte a specifico controllo:

    • verifica della capacità portante per tutta la durata dell’incendio;
    • verifica del regime deformativo entro limiti accettabili;
    • mantenimento di una capacità portante residua che consenta interventi di ripristino.

    Per il Livello V è richiesto che le strutture debbano essere sottoposte alle seguenti verifiche:

    • controllo della capacità portante per tutta la durata dell’incendio;
    • regime deformativo trascurabile;
    • mantenimento di una capacità portante residua adeguata alla destinazione di progetto.

    Tabella sintetica degli effetti dell’incendio sui materia da costruzione

    Danni che si possono verificare Valori di irraggiamento (kW/mq)
    Strutture in calcestruzzo 60
    Strutture in acciaio 40
    Ignizione del legno entro un minuto 33
    Danneggiamento di serbatoi metallici 12.6
    Danneggiamento di cavi elettrici 11.7

     

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  • Risk Management e Loss Prevention

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    di Antonio Beatrice

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    Il risk management è il processo mediante il quale si individua, si misura e si stima il rischio e successivamente si esaminano, si decidono, si applicano,  si presidiano e si aggiornano le metodologie per governarlo. Genericamente, la gestione dei rischi è percepita come la necessità di dover affrontare un costo certo per fronteggiare perdite potenziali e questo ne determina la rinviabilità.

    In realtà, se un rischio esiste, il non affrontarlo non elimina affatto il suo costo, piuttosto si consolidano le non conformità derivanti dal mancato impiego di strumenti di ottimizzazione. Il processo di risk management riduce al minimo il costo complessivo dei rischi e massimizza di conseguenza l’utile aziendale.

    L’obiettivo del risk management è generare utili aziendali e vantaggi competitivi attraverso l’impiego di un mix ottimale di strategie e di strumenti idonei a ridurre al minimo il costo globale dei rischio.

    Rischi tipici (Core Risk)

    Questo processo può anche riguardare rischi tipici dell’impresa, come quelli derivanti dalla concorrenza, da nuove tecnologie, da cambiamenti ambientali e più in generale da quelle che Porter definisce “le cinque forze competitive”.

    In questo caso, l’approccio di gestione del rischio è di tipo strategico e, più precisamente, l’intervento riguarda le strategie di business (quelle correlate alla caratterizzazione della proposta di valore e ai vantaggi competitivi) e le strategie di corporate (quelle di diversificazione e polverizzazione del rischio).

    Compliance

    L’evoluzione rapida del quadro legislativo e normativo degli ultimi anni ha reso inoltre di grande attualità una specifica area di attenzione ai rischi connessi alla “compliance aziendale”, cioè alla capacità di una azienda di adeguare strutture e processi ai requisiti disposti dal legislatore o dall’autority competente (es. privacy, sicurezza dei lavoratori, etc..)

    Rischi Finanziari

    Il risk management può anche riguardare i cd. “rischi speculativi” e i “rischi finanziari”.

    Con l’analisi di bilancio si possono individuare eventuali disarmonie tra i flussi finanziari in entrata e in uscita (cash flow) ed evidenziare rischi di cambio e di interesse.

    L’attenzione al cash flow assume particolare importanza nei casi in cui vi sia compresenza di clienti/fornitori con potere contrattuale rilevante e/o di esposizione a rischi accidentali.

    Rischio di cambio e di interesse possono avere anche manifestazioni economiche positive (es. oscillazioni dei cambi nei casi di pagamenti in valute straniere differite nel tempo), ma in aziende fortemente esposte a queste dinamiche, il maggior costo del rischio consiste proprio nella perdita di capacità di pianificare e di determinare i budget preventivi.

    L’uso appropriato di strumenti di copertura dei rischi finanziari (es. future, options, swaps, etc….) e, quando possibili, l’impiego di correlazioni di flussi finanziari (allineamento di valute e tempi di pagamento sia negli acquisti sia nelle vendite) consentono di ottimizzare il costo dei rischi di questa natura.

    Rischi operativi puri (No Core Risk)

    Sono rischi “accidentali” cui l’impresa e’ esposta in forza del tipo di attività svolta, ma che possono essere trattati attraverso opportune strategie di copertura senza che questo modifichi la natura e le caratteristiche dell’attività d’impresa; possono essere “assicurabili” (danni al patrimonio umano, di beni e finanziario).

    Le tecniche di gestione utilizzate si dividono in due macro categorie:

    1. Le tecniche di controllo
    • di prevenzione (per ridurre la probabilità – sistemi fisici, tecniche procedurali, tecniche psicologiche)
    • di protezione (per limitarne le conseguenze – sistemi fisici, tecniche procedurali, tecniche psicologiche)
    1. Le tecniche di finanziamento
    • trasferimento giuridico/contrattuale
    • trasferimento assicurativo
    • ritenzione attiva (pianificazione finanziaria)
    • ritenzione passiva (destinazione risorse finanziarie in eccesso

    Di seguito un grafico che aiuta a individuare l’orientamento corretto delle strategie di gestione.

    corso-risk-management_slide_1

    Le tecniche di controllo (prevenzione e protezione) costituiscono la Loss Prevention, incidono su pericoli, causalità, criticità ed effetti e possono inoltre avere finalità:

    • preventive (riducono l’occorrenza)
    • dissuasive (sono un deterrente per un eventuale attaccante)
    • palliative (riducono l’impatto)
    • rivelatrici (rivelano l’insorgere di un problema)
    • protettive (riducono la vulnerabilità)

    Immagine-dispensa-risk-management-2

    L’opportunità di impiego di ciascuna tecnica è il risultato dell’analisi svolta con specifici strumenti (es. hazop, diagrammi di flusso, alberi delle responsabilità, etc…) sulle singole unità di rischio, sui pericoli a cui sono esposte e le casualità che possono determinarli e sugli effetti probabili e possibili.

    Le valutazioni sono quindi orientate a stimare probabilità e magnitudo di ogni possibile rischio per decidere gli interventi più appropriati per cambiarne il profilo e minimizzarne il costo di gestione.

    Nei grafici che seguono evidenziamo la necessità di intervenire con le tecniche di controllo per ridurre il profilo di rischio e renderlo cosi gestibile anche con tecniche di finanziamento. Difatti un rischio altamente probabile con elevata magnitudo si considera “inaccettabile” e in quanto tale è impensabile che possa essere trasferito a terzi o in qualche maniera oggetto di ritenzione.

    Immagine-dispensa-risk-management-3

    Immagine-dispensa-risk-management-4

    Valore del Risk Management e comunicazione

    Il valore del risk management è tangibile e consistente:

    • Posizionamento strategico globale
    • Affidabilità aziendale
    • Pianificazione operativa e budget
    • Precisione del calcolo del costo industriale
    • Ottimizzazione risorse finanziarie a disposizione (margini da efficienza)
    • Decision making maturo e consapevole
    • Fidelizzazione del personale

    I grandi gruppi economici lo considerano alla base dell’analisi degli scenari e della definizione delle strategie competitive. Nel Project Management, la fase di valutazione dei rischi è ritenuta essenziale per la riuscita di progetti grandi e complessi. Le compagnie assicurative specializzate nella grande produzione industriale impongono standard di prevenzione e protezione e ne verificano poi l’effettiva adozione.

    Eppure, nonostante ciò, il valore del risk management è ancora poco percepito. Sono rare, infatti, le aziende che dispongono di un Risk Manager (in molti casi anche impiegato esclusivamente come “Insurance Buyers”) ed esiste un intero universo di imprese medio/grandi che ne ignora il valore.

    Esiste quindi un elevato valore, non ancora percepito pienamente dal mercato, che non ha ancora espresso il suo potenziale. Ne consegue che chi ha individuato le giuste strategie di comunicazione, per rendere percepibile il valore del servizio, si trova nella condizione di svolgere un’attività:

    • in quasi totale assenza di concorrenza;
    • con un elevato valore sociale;
    • dai contenuti professionali di grande consistenza.

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    [button link=”https://startegy.it/libreria/” color=”silver”] Torna a Libreria[/button] [/et_pb_text][et_pb_sidebar admin_label=”Barra Laterale” orientation=”left” area=”et_pb_widget_area_3″ background_layout=”light” remove_border=”off”] [/et_pb_sidebar][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

  • Il valore culturale della gestione ottimale dei rischi

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    – di Antonio Beatrice –

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    La gestione ottimale dei rischi è la corretta gestione della possibilità che si verifichino eventi in grado di determinare scostamenti sfavorevoli rispetto a dei risultati attesi.

    Il valore che facilmente si può riconoscere a questo tipo di attività è la riduzione dei costi; l’introduzione, infatti, di strumenti di ottimizzazione riduce al minimo il “costo di dei rischi” ai quali, se trattati in maniera non ottimale (o non trattati affatto), si vanno ad aggiungere solitamente i costi di non conformità, e quindi spreco di risorse, anche quando gli eventi sfavorevoli non si verificano.

    I costi di non conformità sono rappresentati dalla non ottimale gestione delle risorse finanziarie e dalla permanenza dell’alea di rischio nella misura in cui riesce a influenzare le decisioni, anche se in maniera silente. Facciamo un esempio che riguarda le famiglie.

    Spesso nel bilancio familiare si accantonano delle riserve di liquidità per far fronte agli imprevisti. L’accantonamento è generico, non ha una destinazione precisa, ma intervistando le persone emerge quasi sempre la necessità tenere immobilizzata della liquidità, anche consistente, per fronteggiare un “non si sa mai” rappresentato da eventuali necessità di cure mediche.

    In questo caso la famiglia percepisce l’alea del rischio e la affronta facendo ciò che emotivamente è più corretto fare, accantonare risorse finanziarie (ritenzione attiva).

    Quando però riflettiamo sulla questione con un approccio di ottimizzazione solitamente ci accorgiamo:

    1. che le risorse accantonate non sono in realtà adeguate all’entità di rischio e in caso di necessità non consentono di operare liberamente in funzione della salute bensì producono un conflitto interiore sul loro impiego (le uso sapendo che potrebbero essere sprecate e/o insufficienti oppure non le uso e mi avvalgo della sanità pubblica?). In entrambi i casi la decisione risulta fortemente condizionata dalla componente economica e comporta un danno emotivo derivante dal senso di colpa (“ho sottratto risorse importanti alla mia famiglia” contro “non ho fatto tutto il possibile per garantire la salute della mia famiglia”);
    2. che il costo dell’accantonamento delle risorse (immobilizzazione o mancata massimizzazione dei proventi finanziari dovuti alla necessità di impieghi liquidabili in breve tempo) è superiore al costo del trasferimento del rischio;
    3. che attraverso il trasferimento del rischio anche gli eventi ad elevata magnitudo possono essere affrontati con un approccio completamente scevro da condizionamenti di natura economica perchè gestiti “con soldi non propri e senza limiti di spesa”. Ne consegue un processo decisionale libero, tempestivo e sicuramente più adeguato alla circostanza.

    Le considerazioni che emergono da questo esempio è che la tecnica di gestione del rischio più appropriata per i rischi ad alta magnitudo è quella del trasferimento del rischio. Ora il fatto che al verificarsi dell’evento poter disporre di una copertura assicurativa comporti una serie di vantaggi, non solo di natura economica, è abbastanza scontato. Quel che invece non è affatto scontato, almeno osservando i comportamenti tipici delle famiglie italiane, é che un approccio di gestione corretto comporti comunque un vantaggio economico anche quando non si verificano gli eventi dannosi (punto 2).

    A monte di tutto ciò vi è però un valore decisamente superiore: la consapevolezza di aver agito e deciso per il meglio, approcciando in maniera ragionata e equilibrata. Questa consapevolezza riverbera i suoi effetti su tutto il vivere familiare contribuendo a eliminare alcuni forti condizionamenti dai processi decisionali e restituendo pieno godimento anche a scelte e azioni di natura differente.

    Un altro valore che emerge chiaramente dalla corretta gestione dei rischi e lo sviluppo di una rinnovata ed equilibrata sensibilità rispetto a queste tematiche. La consapevolezza di poterle in qualche modo affrontare con strumenti adeguati ci avvicina anche a tematiche che emotivamente tendiamo ad allontanare (tutto ciò che è accidentale e dannoso, soprattutto per la persona o la famiglia, è difficilmente accettato dalla nostra emotività che intimamente è convinta del fatto che gli eventi spiacevoli appartengono al mondo esterno). Accade così che anche le riflessioni sulle attività e le abitudini di vita che oggettivamente comportanto una migliore salvaguardia della propria salute divengono più sistematiche e concludenti.

    E’ possibile fare considerazioni analoghe ovviamente anche per altri rischi che riguardano la persona o la famiglia e in maniera ancor più semplice per ciò che riguarda le aziende e le professioni.

    Una dinamica diametralmente opposta ma altrettanto significativa è possibile osservarla quando un’impresa intende tutelarsi contro i rischi del furto e in generale contro la possibilità che i propri beni possano essergli sottratti illegamente. Di norma ci si rivolge ad un fornitore per impiantare dei sistemi di protezione come impianti di allarme o mezzi fisici, ci si avvale del servizio di vigilanza privata notturna e si richiede ad un’assicuratore la copertura del rischio furto e rapina. In sede di valutazione delle somme da assicurare l’imprenditore richiede coperture spesso molto più elevate di quelle necessarie, con un costo chiaramente superiore e certamente non conforme ai principi di una corretta gestione dei rischi.

    Riflettere insieme sui possibili tempi di effrazione, di carico, di fuga e di asporto della merce sottratta aiuta a definire un Massimo Rischio Probabile sicuramente più contenuto e allo stesso tempo permette di ridurre la spesa assicurativa eliminando uno spreco. Un altro valore che però si aggiunge a queste considerazioni è che portare il focus su tempi necessari per commettere un furto (o sulle possibilità e le modalità di una rapina) aiuta l’impresa a ragionare sull’integrazione dei sistemi di protezione. Un sistema di protezione è una catena tanto forte quanto il suo anello più debole, perchè è sufficiente violare uno solo degli anelli per rendere il sistema totalmente vulnerabile. Per questa ragione l’integrazione di sistemi di sicurezza fisici, con quelli elettronici e soprattutto procedurali e psicologici può permettere di incidere in maniera significativa sia sulla probabilità che si verifichi l’evento sia sul suo Massimo Rischio Probabile. Il fatto importante è che tutto ciò non avviene con un dispendio di costi per nuove infrastrutture ma semplicemente attraverso un percorso di riflessioni sull’organizzazione e sull’integrazione dei sistemi di sicurezza esistenti che non comporta alcuna spesa aggiuntiva.

    Ancora più importanti sono le considerazioni che possono emergere da un buon approccio de gestione dei rischi dell’incendio, dove il Massimo Rischio Probabile è fortemente influenzato dai danni indiretti (perdita di fatturato per fermo attività e, peggio ancora, perdita di clienti).

    In questo caso la prevenzione assume un valore determinante che va sicuramente ad aggiungersi al valore del trasferimento assicurativo. In alcune aziende la prevenzione incendio viene vissuta come un adempimento necessario per restare conformi alle norme imposte dai vigili del fuoco e lo stesso si può dire per la sicurezza dei lavoratori. Un’analisi attenta e un buon percorso di riflessioni aiuta le imprese invece ad utilizzare tali investimenti (che in ogni caso sono chiamate a fare) per produrre valore in termini di business continuity e fidelizzazione dei lavoratori. Spesso vi sono uomini chiave o colli di bottiglia nei processi dai quali possono dipendere l’intera produzione e per i quali è necessario predisporre dei sistemi di gestione dei rischi coerenti e funzionali.

    Banalmente può anche accadere di trovare merci riposte a meno di 10 cm dal suolo e scoprire che nei bagni vi sono dei boiler elettrici con tubi di carico flessibili (quelli garantiti dal produttore fino a una pressione di 30 atmosfere ma che poi dopo qualche anno, di notte, quando la pressione è maggiore, scoppiano e al mattino ci si trova con il deposito allagato) e rendersi conto che eliminare questo rischio (inserire delle pedane o aumentarne l’altezza o soltanto sostituire il flessibile in gomma con uno in stagno) ha un costo infinitesimale rispetto al fermo attività che ne potrebbe scaturire. Ancora più semplicemente osservare che il tipo di estintori installati pur avendo una notevole capacità estinguente sono incompatibili con le merci presenti in magazzino (ad esempio gli estintori sono a polvere e le merci sono componenti elettronici) per cui in caso di incendio utilizzare un’estintore di quella tipologia comporterebbe danni alle merci di entità rilevante, paragonabili a quelli dell’incendio stesso. Anche in questo caso il costo dell’intervento sarebbe minimo, la sostituzione degli estintori avverrebbe con una semplice richiesta alla ditta che li noleggia e ne cura la manutenzione.

    In sintesi un corretto approccio alla gestione dei rischi è misurabile ma ciò che invece assume un valore difficilmente stimabile è il valore che questa cultura può generare. Si innalza il ivello di attenzione ai fornitori, li si valuta in funzione della loro affidabilità ai fini della business continuity, si sviluppa una notevole sensibilità rispetto ai segnali deboli delle forze competitive (nuovi competitors, tecnologie o prodotti sostitutivi, cambiamenti normativi che impattano sul business, ….) riuscendo ad orientare il quadro startegico e il modello di business in funzione delle opportunità e delle minacce che possono presentarsi con i nuovi scenari. Anche la pianificazione finanziaria trae benefici dallo sviluppo di una corretta cultura aziendale di gestione dei rischi e questo rafforza l’azienda in tutti gli aspetti consentendole di conservare quegli equilibri economico/finanziari che favoriscono investimenti, ricerca e sviluppo, politiche del personale, ….

    Concludiamo questa veloce dissertazione con una domanda: se cultura della corretta gestione del rischio e pianificazione finanziaria sono fondamentali per le scelte strategiche dell’impresa quanto possono esserlo per le scelte di una famiglia?

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